Ennio Doris, il mio ricordo di un grande uomo (semplice)

ennio-doris,-il-mio-ricordo-di-un-grande-uomo-(semplice)

Ci sono degli uomini, non so se capita anche a voi, che sai ti creeranno una voragine emotiva quando non ci saranno più. E si vive e si scherza e si litiga e si lavora fingendo di dimenticare che la botta sta per arrivare. È brutto a dirsi, ma da quando Ennio Doris si era ammalato, per la prima volta ho fatto i conti con la possibilità che Doris non fosse, come è naturale, eterno. Questo è un ricordo in prima persona. Di quelli che la grammatica del giornalismo non permette. È fatto di piccoli aneddoti che danno il senso di questo vuoto.

In molti oggi lo descriveranno per ciò che è stato: un grande banchiere, un innovatore, un uomo perbene, un padre e un marito che ha amato la sua famiglia come pochi, un ricco signore che si ricordava del bar di Tombolo da cui era partito. E non per il beneficio del fotografo, ma per l’amore delle sue radici. Quando un paio di anni fa venne ospite a Matrix, gli chiesi se avesse smesso di tenere il rotolo di contanti in tasca. E lui li tirò fuori: «Sono nato povero, so cosa voglia dire avere e non avere quattrini, e – pur usando le carte di credito – mi dà sicurezza». Ma se c’è una sola parola che definisce Doris, quella è semplicità. Doris è sempre stato una persona semplice. Era la sua forza. Il successo ti cambia, o ti obbliga a cambiare, ma è davvero difficile rimanere semplici. Grandiosamente semplici. «Io sono un banchiere, ma non voglio essere diverso da come ero quando sono nato», mi disse alla fine di un’intervista.

Qualche estate fa era sulla sua splendida barca (un Perini, uno di quelli oggetti chic che un fanatico della new economy non comprerebbe) tra Santa Margherita e Paraggi in Liguria. Ero con i miei figli, mi avvicinai con il gommone e lui si affacciò invitandoci a salire. C’erano Ennio e la donna della sua vita, nel pozzetto, che stavano giocando a carte. Loro due da soli, in una barca milionaria. Si bastavano e si sono sempre bastati. Potevano essere in un bar di Tombolo, dove spesso tornava il weekend, o su un motorsail da urlo. Il briscolone il fine settimana in Veneto, le carte con la moglie, e anche quella gioia di raccontare ai più piccoli quel lusso che gli scivolava sulla pelle con la grazia di chi sa che non ne ha bisogno.

In molti dicono, e hanno ragione, che Doris, così simile a Silvio Berlusconi, sia stato un inguaribile ottimista. Lo era certo. Ma perché vedeva le cose per quello che erano. Nella finanza, nella vita, non esisteva un problema complesso che non si potesse semplificare e almeno provare a risolvere. Nel 2011 successe un putiferio sui mercati. Avevano fatto fuori più o meno con un golpe Berlusconi, sembrava la fine del mondo. I nostri titoli di Stato, qualcuno se lo ricorderà o avrà memoria del famoso spread alle stelle, venivano scambiati a prezzi stracciati. I mercati ci davano per falliti. Lo chiamai. Come spesso facevo, banalmente da cronista finanziario. E ancora mi ricordo il senso del suo ragionamento, che vale per tutto, ma che all’epoca sembrava la trasposizione di quel famoso e banalotto ritornello di Kipling sul mantenere la calma mentre intorno a te tutti la perdono.

«L’Italia non fallirà mai – mi disse Doris – ma non è questo ciò che conta». Aggiunse: «Mettiamola da un’altra prospettiva. Che non è la mia. Se l’Italia dovesse saltare e i titoli di Stato andare in default (cioè non venire rimborsati) non ci sarebbe banca e azienda italiana in grado di farcela. Saremmo tutti fritti. Ecco perché sto comprando a questi prezzi stracciati tutti i titoli del debito pubblico che riesco a racimolare: quando le cose si calmeranno, avrò fatto un grande guadagno. E lo avrò fatto fare anche ai nostri sottoscrittori. Una banca come la nostra che compra quando tutti vendono è anche un segnale fortissimo». Aveva ragione: fece l’affare del decennio. Comprò quella che sembrava carta straccia, che poi riprese il suo giusto valore. Ma il suo ragionamento era semplice, di buon senso. Quello che è mancato ad una generazione di suoi simili. Anche se così non si possono definire i banchieri.