La colonizzazione delle nutrie

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VITTORIO VENETO – C’erano una volta (era per l’incipit favolistico: si tranquillizzino i lettori perché ci sono ancora) le pantegane sugli argini del Meschio. Ora a scalzare i roditori autoctoni sono arrivate le nutrie. Non una, non due, non tre. Un’intera colonia. O forse più di una colonia. Sulle rive del Meschio, felici, ghiotte e pelosissime, pascolano e giocherellano cuccioli baffuti di nutria, altrimenti detti castorini di palude (che suona più esotico e trendy).

Originari del Sudamerica, da cui sono state importante negli anni Settanta per abbellire – sotto forma di colli, giacche, cappottini – le silhouette di tante donne middle-class, questi roditori “calienti” (si adattano benissimo ai climi freddi e si dilettano sia a stare in acqua che sugli argini) non hanno problemi di fertilità.

Le mamme nutrie partoriscono due o tre volte all’anno, da cinque a tredici cuccioli che a loro volta non ci mettono molto a prolificare. La presenza di questi graziosi (be’, insomma) mammiferi sul Meschio rischia dunque di diventare una vera e propria colonizzazione. Che qualche danno (più di uno, in effetti) lo fa.

Le nutrie oltre a brucare tuberi e vegetali spontanei scavano sugli argini tunnel lunghissimi che si ramificano sottoterra facendo implodere le rive. Non per nulla la nutria è inserita nelle 100 specie invasive più dannose del mondo.