La star del Bodybuilder si chiama Clara Sella Atleta ma il suo sogno lavorare nello spettacolo

nata a Biella 04/02/85 ha un passato come atleta agonista nella nazionale giovanile di salto ostacoli equitazione che ho praticato fino a 18 anni poi sei anni fa per caso entrando in palestra vengo a conoscenza del mondo del bb d è stato amore a prima vista , ho iniziato a gareggiare e 2 anni fa vincendo un contest internazionale in Danimarca sono diventata professionista.  Si dichiara soddisfatta del risultato ottenuto nella gara di domenica 16 agosto la nota bodybuilder biellese Clara Sella. Classificarsi al quinto posto su diciannove nel prestigioso contest European Championships ad Alicante è per l’atleta un grande successo, tale da ripagare tutti gli sforzi e i sacrifici a cui sono sottoposti coloro che, che come lei, decidono di intraprendere un percorso professionale di questo tipo.

«Vivere di bodybuilding in Italia – spiega – è praticamente impossibile. Posso permettermi di praticare questa disciplina a certi livelli perché ho un lavoro in banca che mi dà la possibilità di investire i miei soldi in gare, trasferte e integrazioni. All’estero funziona diversamente: spesso vi sono sponsor che sovvenzionano; nel nostro Paese, invece, eccetto rari casi, è tutto a carico dell’atleta. Io non ho mai chiesto nulla a nessuno. Ho deciso di seguire questa mia grande passione, rinunciando a tante cose, materiali e non».

Partiamo dalle origini… Come si è avvicinata a questo mondo e per quale motivo?
«Prima di fare bodybuilding facevo uno sport completamente diverso, ossia equitazione. Ero un’agonista nel salto ad ostacoli, ma poi per tutta una serie di motivi ho dovuto smettere. Mi sono allora iscritta in una palestra, giusto per mantenermi in forma, come fa la maggior parte della gente. Lì ho conosciuto una ragazza che gareggiava nell’ambiente e che mi ha coinvolta in questo mondo. È nata così la mia passione per il bodybuilding. Prima di quell’incontro non sapevo neanche dell’esistenza di questa disciplina».

Una disciplina che richiede una costanza notevole e una forte determinazione. Quante ore si allena al giorno e che dieta segue?
«Mi alleno due/tre ore al giorno, tutti i giorni. L’allenamento viene suddiviso tra cardio e sala pesi. Per quanto riguarda l’alimentazione, mantengo una dieta molto rigida tutto l’anno che si va ad intensificare vicino alla gara».

Questo aspetto di privazione alimentare lei come lo vive?
«A me è sempre piaciuto il buon cibo, ma è talmente forte la mia passione, che quando ho un obiettivo davanti, come una gara, tutto passa in secondo piano e riesco a gestire bene la fame, lo stress e i sacrifici. La cosa più importante è la testa: il bodybuilding ti porta via tante cose, ti isola perché devi rinunciare ad andare a fare gli aperitivi con gli amici, le cene fuori o periodi di vacanza. Sei sempre vincolato dalla dieta e dall’allenamento, in particolare quando si avvicinano le gare. Bisogna mantenere il focus e non farsi distrarre perché perdere il controllo è un attimo e nel culturismo non è consentito lasciarsi andare».

Quanto conta, invece, la genetica nel bodybuilding?
«Almeno il 90%: un atleta può allenarsi, seguire una dieta rigidissima e integrare bene, ma se non ha una buona genetica di base non va da nessuna parte. Per genetica intendo sia la struttura ossea che la capacità del muscolo di crescere e rispondere agli stimoli dell’integrazione positivamente e velocemente».

Non è un mistero che nel culturismo molti atleti facciano uso e abuso di steroidi o anabolizzanti. Pensa che sia possibile raggiungere certi vertici senza assumere queste sostanze?
«Assolutamente no, lo dico con molta onestà. Per raggiungere certi livelli di fisicità bisogna necessariamente usare delle integrazioni chimiche, tuttavia bisogna fare una premessa fondamentale: integrazione non è uguale a risultato. Un buon atleta, a mio avviso, è colui o colei che risponde bene all’integrazione, ossia pochi effetti collaterali e più positivi. È un fattore di genetica anche questo. Ho visto persone fare uso smodato di queste sostanze e rimanere sempre uguali per venti anni oppure avere gravi problemi di salute. Nella federazione dove gareggio io, tutte le categorie fanno uso di steroidi. Senza dubbio ci sono anche delle realtà più piccole che optano per un approccio naturale, ma è tutta un’altra cosa».

Quindi lei conviene con chi sostiene che il culturismo, essendo un qualcosa di estremo, non sia salutare?
«Sì, sono assolutamente d’accordo. È uno sport estremo che porta il corpo all’esasperazione. Per questo io lo dico sempre a chi si avvicina al bodybuilding di usare la testa e di fare costantemente check up medici perché si rischia di danneggiare il proprio corpo. Non bisogna nascondersi dietro un dito, bisogna essere consapevoli e prendere tutte le accortezze del caso».

Bisogna anche essere in grado di farsi scivolare addosso le critiche, che immagino siano sempre tante…
«Sì, in Italia in particolar modo. Io vengo criticata soprattutto perché sono donna; un fisico maschile con i muscoli è già visto in modo diverso. All’estero c’è tutta un’altra visione di questo sport: in Spagna la gente mi fermava di continuo per fare le foto e ho ricevuto un sacco di complimenti, anche da persone non addette ai lavori. Nel nostro Paese, invece, spesso vengo guardata come un extraterrestre, sento commenti spiacevoli; tra questi quello che va per la maggiore è “sembra un uomo”, ma per quale ragione la donna deve essere sempre così stereotipata? Chi l’ha detto che non può avere i muscoli?»

Che consiglio darebbe ad un giovane che vuole intraprendere questa strada?
«Il consiglio che posso dare è quello di allenarsi per qualche anno senza utilizzare certi tipi di integratori. La chimica deve subentrare in un secondo momento, prima bisogna tirare fuori il massimo della potenzialità del proprio corpo in modo naturale, con dieta e allenamenti. Altro consiglio, o meglio raccomandazione, è di riguardarsi sempre; purtroppo ho visto situazioni davvero spiacevoli, di persone che non ce l’hanno fatta. La salute è una sola e bisogna averne cura. È fondamentale in questa disciplina usare sempre la testa e pensare ad un futuro in cui le luci del palco inevitabilmente si spegneranno»